
La geografia sospesa della speranza
Continua il focus sulla ricerca artistica di Francesco Biondo con la prima parte del dittico “Anche le strisce di Gaza vanno in paradiso” (acrilico su mdf, 70×70 cm, 2016). Concepita ben prima dei drammatici conflitti recenti, quest’opera guarda con sensibilità storica agli Accordi di Oslo e a quella promessa di pace che sembrava destinata a ridisegnare il futuro del Medio Oriente. In questa tela, la sagoma della Striscia di Gaza emerge come un corpo fragile e fortemente simbolico, attraversato da una sottile linea vitale. Tra calde campiture dorate e accesi squarci cromatici, l’immagine fluttua tra luce, elevazione e caduta, catturando l’apertura di un futuro utorico prima delle aspre divisioni geografiche. Completiamo l’analisi del potente ciclo geopolitico di Francesco Biondo con la seconda parte del dittico “Anche le strisce di Gaza vanno in paradiso” (acrilico su mdf, 70×70 cm, 2016). Se la prima tela si apriva alla luce di un futuro utopico, questa seconda opera rivela l’emergere di una geografia decisamente più aspra, dominata da campiture scure, contrasti netti e lacerazioni. Concepita ben prima delle recenti devastazioni, l’opera fissa sulla tela le divisioni e le tensioni irrisorse nate dal tramonto degli Accordi di Oslo. La sagoma di Gaza fluttua in un limbo cromatico instabile, sospesa tra la promessa della pace e la tragica realtà della sua negazione.
Francesco Biondo (Milano, Italia)
La ferita, il nodo, la promessa. Le tre opere riunite in questa sequenza non raccontano soltanto Gaza. Raccontano il modo in cui la storia si deposita nella materia, trasformando luoghi, eventi e decisioni politiche in segni destinati asopravvivere al tempo che li ha generati.
Con Cicatrice Nera – Gaza dilaniata, sospesa, tra mare (chiuso) e deserto, la ferita appare immediatamente. Una lacerazione scura attraversa la superficie come una cicatrice impressa nella terra stessa.Gaza emerge come corpo vivo, stretto tra un mare chiuso e il deserto, sottoposto alla pressione costante dell’assedio. La materia, pece, trattiene frammenti, residui, tracce di una distruzione. Da questonucleo, la ferita si espande, si moltiplica, attraversa altri territori, altri corpi, altre storie. La tragedia non si conclude, ma continua a riverberare, insistente, in una geografia sempre più vasta e vulnerabile.Una distruzione che non riguarda soltanto un territorio ma una condizione umana più vasta. Eppure, ai margini della composizione, la piccola bandiera palestinese continua a resistere, fragile e ostinata,come una presenza che rifiuta di scomparire.
Con Il Giorno della Vergogna – L’Età della Vergogna, la ferita cambia forma. Non attraversa più soltanto il paesaggio e i corpi, ma entra nel linguaggio della legge. Il cappio di corda e ferro grava sullasuperficie come una presenza concreta, il segno di una decisione che trasforma la morte in norma e il nodo in strumento di potere. La data affiora dalla materia come una soglia storica e morale. Qui laviolenza non si manifesta soltanto come fatto, ma come principio codificato, come scelta che pretende legittimazione. Pena di morte per impiccagione, su base etnica. Ancora una volta, la bandierapalestinese interrompe il campo neutro dell’opera e impedisce che il peso del nodo diventi silenzio o assuefazione.
Il terzo lavoro proposto è un dittico. Anche le strisce di Gaza vanno in paradiso (1 e 2), realizzato nel 2015, nasce ben prima del 7 ottobre 2023 e delle devastazioni più recenti. L’opera guarda agliAccordi di Oslo e a quella promessa di pace che sembrava destinata a ridisegnare il futuro del Medio Oriente. La sagoma della Striscia di Gaza emerge come corpo fragile e simbolico, attraversato da unasottile linea vitale. Le due tele si fronteggiano come due tempi della stessa storia: da un lato la luce e l’apertura di un futuro immaginato, dall’altro l’emergere di una geografia più aspra, segnata da divisionie tensioni irrisolte. Gaza appare così sospesa tra elevazione e caduta, tra la promessa della pace e la realtà della sua negazione.
Riguardata dopo le opere successive, questa visione mostra come la ferita fosse già presente nella materia. Non ancora nella forma che oggi conosciamo, ma come tensione irrisolta, come promessasospesa. Una frattura che non appartiene a un singolo evento, ma a una storia più lunga, che attraversa generazioni e continua a interrogare il presente.
La mappa diventa corpo. Il corpo diventa ferita. La ferita diventa nodo.
E tornando all’inizio del racconto, ciò che resta è la consapevolezza che la storia non si manifesta all’improvviso. Affiora lentamente nelle crepe, nelle tensioni irrisolte, nelle promesse che smettono dimantenere ciò che avevano annunciato. La pittura di Francesco Biondo conserva proprio questo momento: l’istante in cui il futuro comincia silenziosamente a incrinarsi.
Instagram: @francescobiondo58
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